14 novembre 2020

Domenica 15 Novembre 2020 nella liturgia



VI Domenica avanzata dal Tempo dopo l'Epifania* e IV di Novembre, Domenica minore, Semidoppio, colore liturgico verde. Commemorazione di Sant'Alberto Magno Vescovo Confessore e Dottore della Chiesa.

Alla Scrittura occorrente del Mattutino incomincia il Libro del Profeta Osea.

Ai Vespri commemorazioni di Santa Gertrude Vergine e di Sant'Alberto Magno.


* Le Domeniche dopo l'Epifania che vengono omesse (non anticipate, omesse del tutto) a causa dell'arrivo della Settuagesima si recuperano poi nel Tempo dopo Pentecoste, e si collocano tra la XXIII Domenica e la XXIV che è sempre l'ultima.


Al Breviario

Tutto dal Salterio. Letture dei primi due Notturni dalla IV Domenica di Novembre, Letture del III Notturno, Ant. al Ben. e al Magn. e Orazione, della VI Domenica avanzata dal Tempo dopo l'Epifania. Commemorazioni dal Proprio dei Santi (15 Novembre a Lodi, 16 ai Vespri).

Le Antifone non si raddoppiano. Il Suffragio, il Simbolo Atanasiano e le Preci sono omessi.


Al Messale

Messa della VI Domenica dopo l'Epifania recuperata al tempo dopo Pentecoste. Introito, Graduale, Alleluia, Offertorio e Communio sono della XXIII Domenica dopo Pentecoste, mentre le Orazioni, l'Epistola e il Vangelo sono della VI Domenica dopo l'Epifania.

  • Asperges
  • Gloria
  • Si dicono due Orazioni:
    • La prima della Messa
    • La seconda della commemorazione come al 15 Novembre
  • Credo
  • Prefazio della SS. Trinità
  • Ite Missa est
  • Prologo di San Giovanni


Letture del Mattutino (in latino)

AD I NOCTURNUM

Lectio 1

Incipit liber Osée Prophétæ

Osee 1:1-3

Verbum Dómini, quod factum est ad Osée, fílium Béeri, in diébus Ozíæ, Jóathan, Achaz, Ezechíæ, regum Juda; et in diébus Jeróboam, fílii Joas, regis Israël. Princípium loquéndi Dómino in Osée. Et dixit Dóminus ad Osée: Vade, sume tibi uxórem fornicatiónum, quia fórnicans fornicábitur terra a Dómino. Et ábiit, et accépit Gomer, fíliam Debélaim: et concépit, et péperit ei fílium.

Lectio 2, Osee 1:4-7

Et dixit Dóminus ad eum: Voca nomen ejus Jézrahel, quóniam adhuc módicum, et visitábo sánguinem Jézrahel super domum Jehu, et quiéscere fáciam regnum domus Israël, et in illa die cónteram arcum Israël in valle Jézrahel. Et concépit adhuc, et péperit fíliam. Et dixit ei: Voca nomen ejus Absque misericórdia, quia non addam ultra miseréri dómui Israël, sed oblivióne oblivíscar eórum, et dómui Juda miserébor et salvábo eos in Dómino Deo suo; et non salvábo eos in arcu et gládio, et in bello, et in equis, et in equítibus.

Lectio 3, Osee 1:8-11

Et ablactávit eam quæ erat Absque misericórdia, et concépit, et péperit fílium. Et dixit: Voca nomen ejus, Non pópulus meus, quia vos non pópulus meus, et ego non ero vester. Et erit númerus filiórum Israël quasi aréna maris, quæ sine mensúra est, et non numerábitur. Et erit, in loco ubi dicétur eis: Non pópulus meus vos; dicétur eis: Fílii Dei vivéntis. Et congregabúntur fílii Juda et fílii Israël páriter: et ponent síbimet caput unum, et ascéndent de terra, quia magnus dies Jézrahel.

AD II NOCTURNUM

Lectio 4

Ex libro sancti Augustíni Epíscopi de Cívitate Dei

Liber 18, cap. 28.

Osée prophéta, quanto profúndius quidem lóquitur, tanto operósius penetrátur. Sed aliquid inde suméndum est, et hic ex nostra promissióne ponéndum. Et erit, inquit, in loco quo dictum est eis, Non pópulus meus vos; vocabúntur et ipsi fílii Dei vivi. Hoc testimónium propheticum de vocatióne pópuli Géntium, qui prius non pertinebat ad Deum, étiam Apóstoli intellexérunt.

Lectio 5

Et quia ipse quoque pópulus Géntium spiritáliter est in fíliis Abrahæ, ac per hoc recte dícitur Israël; proptérea sequitur, et dicit: Et congregabúntur fílii Juda et fílii Israël in idípsum, et ponent síbimet principátum unum, et ascendent a terra. Hoc si adhuc velímus expónere, eloquii prophetici obtundétur sapor. Recolátur tamen lapis ille angularis, et duo illi paríetes, unus ex Judæis, alter ex Géntibus: ille nómine filiórum Juda, iste nómine filiórum Israël, eídem uni principátui suo in idípsum inniténtes, et ascendéntes agnoscántur in terra.

Lectio 6

Istos autem carnales Israëlítas, qui nunc nolunt credere in Christum, póstea credituros, id est fílios eórum, (nam útique isti in suum locum moriéndo transíbunt) idem prophéta testátur, dicens: Quóniam diébus multis sedébunt fílii Israël sine rege, sine príncipe, sine sacrifício, sine altari, sine sacerdotio, sine manifestatiónibus. Quis non videat, nunc sic esse Judæos?

AD III NOCTURNUM

Lectio 7

Léctio sancti Evangélii secúndum Matthǽum

Matt 13:31-35

In illo témpore: Dixit Jesus turbis parábolam hanc: Simile est regnum cælórum grano sinápis, quod accípiens homo seminávit in agro suo. Et réliqua.

Homilía S. Hierónymi Presbýteri

Lib. 2. Comment. in cap. 13. Matth.

Regnum cælórum prædicátio Evangélii est, et notítia Scripturárum, quæ ducit ad vitam, et de qua dícitur ad Judǽos: Auferétur a vobis regnum Dei, et dábitur genti faciénti fructus ejus. Símile est ergo hujuscémodi regnum grano sinápis, quod accípiens homo seminávit in agro suo. Homo qui séminat in agro suo, a plerísque Salvátor intellégitur, quod in ánimis credéntium séminet: ab áliis ipse homo séminans in agro suo, hoc est in semetípso, et in corde suo.

Lectio 8

Quis est iste, qui séminat, nisi sensus noster et animus; qui suscípiens granum prædicatiónis, et fovens seméntem, humore fidei facit in agro sui péctoris pullulare? Prædicátio Evangélii minima est ómnibus disciplinis. Ad primam quippe doctrinam, fidem non habet veritátis, hóminem Deum, Christum mortuum, et scándalum crucis prædicans. Confer hujuscémodi doctrinam dogmátibus philosophorum, et libris eórum, et splendori eloquéntiæ, et compositióni sermónum: et vidébis quanto minor sit ceteris semínibus sementis Evangélii.

Lectio 9

Sed illa cum créverint, nihil mordax, nihil vívidum, nihil vitale demonstrant: sed totum fláccidum marcidumque et mollítum ebullit in ólera et in herbas, quæ cito arescunt et corruunt. Hæc autem prædicátio, quæ parva videbátur in principio, cum vel in ánima credéntis, vel in tot mundo sáta fúerit, non exsurgit in ólera, sed crescit in árborem: ita ut vólucres cæli (quas vel ánimas credéntium, vel fortitúdines, Dei servítio mancipátas, sentire debemus) veniant et habitent in ramis ejus. Ramos puto evangelicæ árboris, quæ de grano sinápis créverit, dógmatum esse diversitates, in quibus supradictárum vólucrum unaquæque requiescit.


Traduzione italiana delle Letture del Mattutino

I NOTTURNO

Lettura 1

Incomincia il libro del Profeta Osea

Osea 1:1-3

Parola del Signore che fu indirizzata ad Osea figlio di Beeri ai giorni d'Ozia, di Joatan, Acaz, Ezechia re di Giuda ed ai giorni di Geroboam figlio di Gioas re d'Israele. Principio delle parole del Signore ad Osea. E il Signore disse ad Osea: Va, prenditi per moglie una peccatrice e fatti dei figli da essa peccatrice, perché la terra apostaterà indegnamente dal Signore. Ed egli andò e sposò Gomer figlia di Debelaim, che divenne madre e diede alla luce un figlio.

Lettura 2, Osea 1:4-7

Il Signore gli disse: Mettigli nome Jezrael, perché fra poco farò vendetta del sangue di Jezrael sulla casa di Jeu, e farò sparire il regno della casa d'Israele, e in quel giorno spezzerò l'arco d'Israele nella valle di Jezrael. Poi divenne madre di nuovo e diede alla luce una figlia. E il Signore gli disse: Mettile nome Senza misericordia, perché io non continuerò più ad usare misericordia alla casa d'Israele, ma mi dimenticherò affatto di loro, però avrò misericordia della casa di Giuda e li salverò per mezzo del Signore Dio loro, e non per mezzo degli archi, né delle spade, né delle battaglie o di cavalli e di cavalieri.

Lettura 3, Osea 1:8-11

Poi ella slattò la Senza misericordia, e divenne ancora madre e diede alla luce un figlio. E (il Signore) disse: Mettigli nome: Non più mio popolo, perché voi non siete più il mio popolo, ed io non sarò più il vostro (Dio). Tuttavia il numero dei figli d'Israele sarà come l'arena del mare, ch'è immensurabile e non si può contare, E avverrà che in quello stesso luogo ove è stato detto loro: Non più mio popolo, si dirà ad essi: Figli del Dio vivente. E i figli di Giuda e i figli d'Israele si raduneranno insieme e si eleggeranno un solo capo e si rialzeranno da terra, perché grande è il giorno di Jezrael.

II NOTTURNO

Lettura 4

Dal libro di sant'Agostino Vescovo, della Città di Dio

Libro 18, cap. 28

Il profeta Osea ha un linguaggio quanto profondo altrettanto difficile a penetrarsi. Ma bisogna pur allegarne qualche cosa qui per mantenere la mia promessa. «E avverrà, dice, che in quello stesso luogo dove fu detto loro, Non più mio popolo, saranno chiamati figli di Dio vivo» Os. 1,10. Queste parole sono una profezia della vocazione del popolo Gentile, che prima non apparteneva a Dio, e gli Apostoli.

Lettura 5

E siccome il popolo dei Gentili è anch'esso spiritualmente del numero dei figli di Abramo, e perciò detto con ragione popolo d'Israele, per questo il profeta aggiunge: «E i figli di Giuda e i figli d'Israele si raduneranno insieme e si eleggeranno un sol capo e si rialzeranno da terra» Os. 1,11. Volerlo spiegare di più sarebbe togliere la forza a questo linguaggio profetico. Si ricordi solamente quella pietra angolare e quelle due muraglie, l'una composta di Giudei, l'altra di Gentili quella sotto il nome di figli di Giuda, questa sotto il nome di figli d'Israele, appoggiantesi tutte due ad un solo e medesimo loro capo e tutte due rialzantisi da terra.

Lettura 6

Quanto a quegl'Israeliti carnali che ora non vogliono credere a Cristo, lo stesso profeta afferma che dopo crederanno, cioè non loro (perché essi certo, morendo, se ne andranno al luogo loro), ma i loro figli, dicendo: «Poiché i figli d'Israele staranno molti giorni senza re, senza principe, senza sacrificio, senza altare, senza sacerdozio, senza profezie» Os. 3,4. Chi non vede che proprio così sono ora i Giudei?

III NOTTURNO

Lettura 7

Lettura del santo Vangelo secondo Matteo

Matt 13:31-32

In quell'occasione: Gesù propose alle turbe questa parabola: Il regno dei cieli è simile a un chicco di senapa, che un uomo ha preso e seminato nel suo campo. Eccetera.

Omelia di san Girolamo Prete

Libro 2 Commento al capo 13 di Matteo

Il regno dei cieli è la predicazione del Vangelo, e la conoscenza delle Scritture, che conduce alla vita, e di cui si dice ai Giudei: «Vi sarà tolto il regno di Dio, e sarà dato a un popolo che ne produca frutti» Matth. 21, 43. «Questo regno dunque è simile a un chicco di senapa, che un uomo ha preso e seminato nel suo campo» Matth. 13, 31. Per l'uomo che semina nel suo campo, molti intendono il Salvatore, perché egli semina negli animi dei credenti: secondo altri è l'uomo stesso che semina nel suo campo, cioè in se stesso e nel suo cuore.

Lettura 8

Chi è allora questi che semina, se non la nostra intelligenza; che, ricevendo il chicco della predicazione e conservando con cura questa semenza, la fa crescere nel campo del nostro cuore dove essa è fecondata dall'amore della fede? La predicazione del Vangelo è la più umile di tutte lo scienze. Difatti a prima vista essa non ispira la fiducia della verità, annunziando un uomo-Dio, un Cristo morto, e lo scandalo della croce. Confronta simile dottrina coi postulati dei filosofi e coi loro libri, collo splendore dell'eloquenza e colla composizione dei loro discorsi: e vedrai quanto fra le altre sementi la semenza del Vangelo sia più minuta.

Lettura 9

Ma quelle, cresciute, non mostrano nulla di resistente, nulla di vigoroso, nulla dl vivace: ciò che esse producono è tutto floscio, languido e senza consistenza, son delle piante insignificanti, dell'erbe che tosto seccano e cadono. La predicazione del Vangelo invece, che da principio pareva piccola, appena è seminata, o nell'anima del credente, o in tutto il mondo, non spunta in erba, ma cresce in albero: così che gli uccelli del cielo (per cui dobbiamo intendere o le anime dei credenti, o le forze consacrate al servizio di Dio) vanno a riposarsi tra i suoi rami. I rami dell'albero evangelico, cresciuto dal chicco di senapa, credo che siano i diversi dogmi, sui quali riposa ciascuno dei sopradetti uccelli.


Ad Primam: il Martirologio del 16 Novembre 2020.

Sextodecimo Kalendas Decembris, luna trigesima.




Nelle sedicesimo giorno alle Calende di Dicembre, luna trentesima.



Parti proprie della Messa (in latino)

INTROITUS

Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis. ~~ Benedixísti, Dómine, terram tuam: avertísti captivitátem Jacob. ~~  Glória  ~~  Dicit Dóminus: Ego cógito cogitatiónes pacis, et non afflictiónis: invocábitis me, et ego exáudiam vos: et redúcam captivitátem vestram de cunctis locis.

COLLECTAE

Orémus. Præsta, quaesumus, omnípotens Deus: ut, semper rationabília meditántes, quæ tibi sunt plácita, et dictis exsequámur et factis. Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum. Amen.

Orémus. Deus, qui beátum Albértum Pontíficem tuum atque Doctórem in humána sapiéntia divínæ fídei subjiciénda magnum effecísti: da nobis, quaesumus; ita ejus magistérii inhærére vestígiis, ut luce perfécta fruámur in coelis. Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum. Amen.

EPISTOLA

Léctio Epístolæ beáti Pauli Apóstoli ad ad Thessalonicénses

1 Thess 1:2-10

Fratres: Grátias ágimus Deo semper pro ómnibus vobis, memóriam vestri faciéntes in oratiónibus nostris sine intermissióne, mémores óperis fídei vestræ, et labóris, et caritátis, et sustinéntiæ spei Dómini nostri Jesu Christi, ante Deum et Patrem nostrum: sciéntes, fratres, dilécti a Deo. electiónem vestram: quia Evangélium nostrum non fuit ad vos in sermóne tantum, sed et in virtúte, et in Spíritu Sancto, et in plenitúdine multa, sicut scitis quales fuérimus in vobis propter vos. Et vos imitatóres nostri facti estis, et Dómini, excipiéntes verbum in tribulatióne multa, cum gáudio Spíritus Sancti: ita ut facti sitis forma ómnibus credéntibus in Macedónia et in Acháia. A vobis enim diffamátus est sermo Dómini, non solum in Macedónia et in Acháia, sed et in omni loco fides vestra, quæ est ad Deum, profécta est, ita ut non sit nobis necésse quidquam loqui. Ipsi enim de nobis annúntiant, qualem intróitum habuérimus ad vos: et quómodo convérsi estis ad Deum a simulácris, servíre Deo vivo et vero, et exspectáre Fílium eius de coelis quem suscitávit ex mórtuis Jesum, qui erípuit nos ab ira ventúra.

GRADUALE

Liberásti nos, Dómine, ex affligéntibus nos: et eos, qui nos odérunt, confudísti. In Deo laudábimur tota die, et in nómine tuo confitébimur in saecula.

ALLELUIA

Allelúja, allelúja. De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam. Alleluia.

EVANGELIUM

Sequéntia ✠ sancti Evangélii secúndum Matthaeum.

Matt 13:24-30

In illo témpore: Dixit Jesus turbis parábolam hanc: Símile est regnum coelórum grano sinápis, quod accípiens homo seminávit in agro suo: quod mínimum quidem est ómnibus semínibus: cum autem créverit, maius est ómnibus oléribus, et fit arbor, ita ut vólucres coeli véniant et hábitent in ramis eius. Aliam parábolam locútus est eis: Símile est regnum coelórum ferménto, quod accéptum múlier abscóndit in farínæ satis tribus, donec fermentátum est totum. Hæc ómnia locútus est Jesus in parábolis ad turbas: et sine parábolis non loquebátur eis: ut implerétur quod dictum erat per Prophétam dicéntem: Apériam in parábolis os meum, eructábo abscóndita a constitutióne mundi.

OFFERTORIUM

De profúndis clamávi ad te, Dómine: Dómine, exáudi oratiónem meam: de profúndis clamávi ad te, Dómine.

SECRETAE

Hæc nos oblátio, Deus, mundet, quæsumus, et rénovet, gubérnet et prótegat. Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum. Amen.

Sacrifíciis præséntibus, Dómine, quaesumus, inténde placátus: ut quod Passiónis Fílii tui Dómini nostri mystério gérimus, beáti Alberti intercessióne et exémplo, pio consequámur afféctu. Per eundem Dominum nostrum Jesum Christum filium tuum, qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti, Deus, per omnia saecula saeculorum. Amen.

COMMUNIO

Amen, dico vobis, quidquid orántes pétitis, crédite, quia accipiétis, et fiet vobis.

POSTCOMMUNIO

Orémus. Coeléstibus, Dómine, pasti delíciis: quaesumus; ut semper éadem, per quæ veráciter vívimus, appétimus. Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum. Amen.

Orémus. Per hæc sancta quæ súmpsimus, ab hóstium nos, Dómine, impugnatióne defénde: et intercedénte beáto Albérto Confessóre tuo atque Pontífice, perpétua pace respiráre concéde. Per Dominum nostrum Jesum Christum, Filium tuum: qui tecum vivit et regnat in unitate Spiritus Sancti Deus, per omnia saecula saeculorum. Amen.


Traduzione italiana

INTROITO

Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti. ~~ Hai benedetta la tua terra, o Signore: hai distrutta la schiavitù di Giacobbe. ~~  Gloria  ~~ Dice il Signore: Io ho pensieri di pace e non di afflizione: mi invocherete e io vi esaudirò: vi ricondurrò da tutti i luoghi in cui siete stati condotti.

COLLETTE

Preghiamo. Concedici, o Dio onnipotente, Te ne preghiamo: che meditando sempre cose ragionevoli, compiamo ciò che a Te piace e con le parole e con i fatti. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Preghiamo. O Dio, che facesti il beato Alberto vescovo e dottore grande nel sottomettere la sapienza umana alla fede divina, fa', te ne preghiamo, che seguiamo cosi da vicino le orme del suo magistero da godere perfetta luce in cielo. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

EPISTOLA

Lettura dell'Epistola di San Paolo Apostolo ai Tessalonicesi.

1 Tess 1:2-10

Fratelli: Rendiamo sempre grazie a Dio per voi tutti, facendo memoria di voi nelle nostre preghiere, senza posa, ricordando, davanti a Dio e Padre nostro, le opere della vostra fede, la carità laboriosa e la vostra ferma speranza nel Signor nostro Gesù Cristo: conosciamo, o fratelli prediletti da Dio, la vostra elezione: che il nostro Vangelo non v’è stato predicato solo a parole, ma con virtù, con lo Spirito Santo e con molta pienezza, e ben sapete come ci siamo comportati con voi per il vostro bene. E voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore, accogliendo la nostra predicazione tra grandi tribolazioni, con la gioia dello Spirito Santo: così da diventare modello per tutti i credenti della Macedonia e dell’Acaia. Da voi infatti la parola del Signore è echeggiata non solo nella Macedonia e nell’Acaia, ma la vostra fede in Dio si è diffusa in ogni luogo, tanto che non abbiamo bisogno di parlarne. Tutti infatti parlano di noi: di quale accoglienza avemmo e di come vi convertiste dagli idoli a Dio, per servire il Dio vivo e vero, e per aspettare dal cielo il suo Figlio Gesù da Lui resuscitato dai morti, colui che ci salva dall’ira ventura.

GRADUALE

Ci liberasti da coloro che ci affliggevano, o Signore, e confondesti quelli che ci odiavano. In Dio ci glorieremo tutto il giorno e celebreremo il suo nome in eterno.

ALLELUIA

Alleluia, alleluia. Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera. Alleluia.

VANGELO

Lettura del Santo Vangelo secondo San Matteo.

Matt 13:24-30

In quel tempo: Gesù disse alle turbe questa parabola: Il regno dei cieli è simile a un grano di senape, che un uomo prese e seminò nel suo campo: e questo grano è la più piccola di tutte le sementi, ma, cresciuta che sia, è più grande di tutti gli erbaggi e diventa un albero: così che gli uccelli dell’aria vanno e si riposano sui suoi rami. E disse loro un’altra parabola: Il regno dei cieli è simile a un po’ di lievito, che una donna mescola a tre staia di farina, così che tutto sia fermentato. Gesù disse tutte queste parabole alle turbe: e mai parlava loro se non in parabole: affinché si adempisse il detto del Profeta: aprirò la mia bocca in parabole, manifesterò cose nascoste dalla fondazione del mondo.

OFFERTORIO

Dal profondo Ti invoco, o Signore: o Signore, esaudisci la mia preghiera: dal profondo Ti invoco, o Signore.

SECRETE

Questa nostra oblazione, chiediamo, o Dio, ci purifichi e rinnovi, ci governi e protegga. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Guarda, placato questi nostri sacrifici, o Signore, affinché ciò che celebriamo col mistero della Passione del Figlio tuo, nostro Signore, per intercessione e ad imitazione del beato Alberto, possiamo conseguirlo con pio affetto. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

COMUNIONE

In verità vi dico: tutto quello che domandate, credete di ottenerlo e vi sarà dato.

POST-COMUNIONE

Preghiamo. O Signore, nutriti del cibo celeste, concedici che aneliamo sempre a ciò con cui veramente viviamo. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Preghiamo. Per questo santo sacramento, ora ricevuto, difendici, o Signore, da ogni assalto dei nemici, e, per intercessione del beato Alberto confessore tuo e vescovo, concedici di godere perpetua pace. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con te, in unità con lo Spirito Santo, per tutti i secoli dei secoli. Amen.


Dall'Anno Liturgico di Dom Guéranger

DOMENICA SESTA DOPO L’EPIFANIA

MESSA

EPISTOLA (1Ts 1,2-10). – Fratelli: Noi rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, facendo continuamente memoria di voi nelle nostre orazioni, ricordandoci, davanti a Dio e Padre nostro, dell’opera della vostra fede, dei sacrifizi della vostra carità e della ferma vostra speranza nel Signore nostro Gesù Cristo, sapendo, o fratelli da Dio amati, che siete degli eletti. Infatti il nostro Vangelo tra di voi non fu solo a parole, ma anche nelle virtù e nello Spirito Santo e in molto accertamento; voi del resto ben sapete quali siamo stati fra di voi per vostro bene. E voi siete divenuti imitatori nostri e del Signore avendo ricevuto la Parola in mezzo a molte tribolazioni con la gioia dello Spirito Santo, fino a divenire modello a tutti i credenti nella Macedonia e nell’Acaia. Infatti da voi la parola di Dio si è divulgata, non solamente per la Macedonia e per l’Acaia, ma da per tutto si è propagata anche la fama della fede che voi avete in Dio, e tanto che non abbiamo bisogno di parlarne; perché la gente stessa parla di noi, raccontando in che modo siamo venuti da voi e per aspettare dai cieli il suo Figliolo, che egli ha risuscitato da morte, Gesù, il quale ci ha salvati, dall’ira ventura.

L’elogio che fa qui san Paolo della fedeltà dei cristiani di Tessalonica alla fede che avevano abbracciata, elogio che la Chiesa oggi ci pone nuovamente sotto gli occhi, sembra piuttosto un rimprovero per i cristiani dei nostri giorni. Quei neofiti, dediti ancora, la vigilia, al culto degli idoli, si erano lanciati con ardore nella via del cristianesimo, tanto da meritare l’ammirazione dell’Apostolo. Molte generazioni di cristiani ci hanno preceduti, siamo stati rigenerati fin dal nostro ingresso, in questa vita, abbiamo succhiato per così dire con il latte la dottrina di Gesù Cristo: e tuttavia la nostra fede è ben lontana dall’essere viva e i nostri costumi puri come quelli di quei primi fedeli. Tutto il loro impegno consisteva nel servire il Dio vivo e vero, e nell’attendere la venuta di Gesù Cristo; la nostra speranza è la stessa che faceva palpitare i loro cuori: perché dunque non imitiamo la generosa fede dei nostri antenati? Il fascino del presente ci seduce. L’incertezza di questo mondo passeggero ci è dunque ignota? E non abbiamo timore di trasmettere alle generazioni che ci seguiranno un cristianesimo fiacco e sterile ben diverso da quello che Gesù Cristo ha istituito, che gli Apostoli hanno predicato e che i pagani dei primi secoli abbracciarono a costo di qualunque sacrificio?

VANGELO (Mt 13,31-35). – In quel tempo: Gesù propose alle turbe questa parabola: È simile il regno dei cieli a un chicco di senapa che un uomo prese e seminò nel suo campo: esso è certamente il più piccolo dei semi, ma cresciuto che sia, è il maggiore di tutti gli erbaggi e diviene albero, tanto che gli uccelli del cielo vanno a posarsi tra i suoi rami.

Disse loro un’altra parabola: Il regno dei cieli è simile al lievito che una donna prende e nasconde in tre misure di farina finché tutto fermenta. Tutte queste cose Gesù le disse alle turbe in parabole, e non parlava loro che in parabole, affinché s’adempisse quanto era stato detto dal profeta: Aprirò la mia bocca in parabole, manifesterò cose occulte fin dal principio del mondo.

Nostro Signore ci presenta oggi due simboli molto espressivi della sua Chiesa, che è il suo regno e che ha inizio sulla terra per avere il compimento in cielo. Che cosa è quel grano di senapa, nascosto nell’oscurità del solco, nascosto ad ogni sguardo, e che riappare quindi come un germe appena percettibile ma che cresce sempre fino a diventare un albero? Non è forse la divina parola diffusa oscuramente nella terra di Giudea, soffocata per qualche istante dalla malizia degli uomini fino ad essere posta in un sepolcro, e che poi si leva vittoriosa e si estende presto su tutto il mondo? Non era passato ancora un secolo dalla morte del Salvatore, e già la sua Chiesa contava membri fedeli molto al di là dei confini dell’Impero romano. Da allora, ogni genere di tentativi è stato fatto per sradicare quel grande albero; la violenza, la potenza, la falsa sapienza vi hanno perso il proprio tempo. Tutto quello che hanno potuto fare è stato di strappare qualche ramo, che la linfa vigorosa dell’albero ha subito sostituito. Gli uccelli del cielo che vengono a cercare asilo e ombra sotto i suoi rami, sono – secondo l’interpretazione dei Padri – le anime che, attratte dalle cose eterne, aspirano ad un mondo migliore. Se siamo degni del nome di cristiani ameremo quell’albero, e non troveremo pace e sicurezza che sotto la sua ombra protettrice.

La donna di cui si parla nella seconda parabola, è la Chiesa, madre nostra. È essa che, ai primordi del cristianesimo, ha nascosto, come un lievito segreto e salutare, la divina dottrina nella massa dell’umanità. Le tre staia di farina che ha fatto lievitare per formarne un pane delizioso sono le tre grandi famiglie della specie umana, uscite dai tre figli di Noè e alle quali risalgono tutti gli uomini che abitano la terra. Amiamo questa madre, e benediciamo quel lievito celeste per il quale siamo diventati figli di Dio, diventando figli della Chiesa.

PREGHIAMO

Fa’, o Dio onnipotente, che noi, meditando sempre cose spirituali, compiamo con le parole e coi fatti ciò che ti è gradito.



15 NOVEMBRE SANT’ALBERTO MAGNO, VESCOVO E DOTTORE

Grandezza di sant’Alberto.

Sopra una vetrata della Chiesa dei Domenicani a Colonia, fin dal 1300 si potevano leggere queste parole: “Questo santuario fu costruito dal vescovo Alberto, fiore dei filosofi e dei saggi, esempio di costumi, illustre demolitore delle eresie, flagello dei perversi. Signore accoglilo tra i tuoi Santi”. Pio XI realizzò questo voto, canonizzando, in modo inusitato, Alberto Magno con una Lettera decretale (In Thesauris sapientias, del 16 dicembre 1931), che lo dichiarava nello stesso tempo Dottore della Chiesa Universale. Il culto del santo Dottore era cominciato però poco dopo la sua morte e la Santa Sede lo aveva approvato, perché “Il Signore aveva fornita la prova della sua gloria e santità con numerosi miracoli”. Nella lettera citata il Papa rileva appunto tale gloria e tale santità.

Sua sapienza.

Colui, dice il Papa, che i secoli salutarono con il nome di Magno, ha meritato davvero tanto elogio. Fu grande nel regno dei cieli, secondo l’espressione del Vangelo, perché praticò e insegnò la legge divina, perché riunì in sé strettamente scienza e santità. “Aveva da natura, è stato detto, l’istinto delle cose grandi. Come Salomone implorò il dono della sapienza, che unisce in modo intimo l’uomo a Dio, dilata i cuori ed eleva in alto lo spirito dei fedeli. E la sapienza gli insegnò a unire insieme una vita intellettuale intensa, una vita interiore profonda, una vita apostolica fra le più ricche di frutti, perché fu insieme iniziatore di un grande movimento intellettuale, un grande contemplativo, e un uomo d’azione” (P. Garrigou-Lagrange, Vie spirituelle, 1933, p. 50).

Scienza e santità.

Egli volle diventare un santo religioso, premettendo allo studio la preghiera. Però lo studio, santificato dalla preghiera, gli permise di assimilare con estrema facilità le più ardue questioni profane, di bere alle sorgenti della legge divina, nelle acque della dottrina più salutare che già possedeva nel cuore. Tutto intento a meditare gli argomenti più divini e più filosofici, si interessava tuttavia a tutte le scienze umane e vi portava la luce del suo genio. Basta leggere i titoli delle sue opere innumerevoli, per convincersi che nessuna scienza gli fu estranea: scienze naturali sperimentali, come la mineralogia, la botanica, la zoologia; scienze astratte, come la matematica, la filosofia, la metafisica. Suo è il merito di aver compreso il valore delle opere di Aristotele e di aver dissipato le prevenzioni che gli spiriti migliori del tempo avevano contro il filosofo pagano. Egli riuscì a metterlo al servizio della teologia e della Chiesa, aprendo la strada al suo grande discepolo, san Tommaso d’Aquino.

In lui è un’insaziabile sete di sapere, di verità, un’attenzione instancabile nell’osservare i fenomeni naturali, l’amore dei monumenti della sapienza antica, ma soprattutto uno spirito religioso che gli faceva percepire chiaramente l’ammirabile sapienza che brilla nelle creature. Fine ultimo e costante della vita intellettuale di Alberto Magno fu questo: offrire al Creatore, sorgente di tutta la verità, somma di tutta la bellezza, essenza della perfezione, tutto quanto di vero e di bello avrebbe scoperto nella scienza pagana. Egli “non è grande soltanto come Dottore, ma è grande anche perché orienta la dottrina verso la vita e l’anima. Ha consacrato le sue cognizioni, la sua scienza, tutta la sua vita al servizio di Dio” (Revue thomiste, t. XXXVI, p. 231). La sua opera teologica è pervasa di soave pietà, di desiderio vivo di attirare le anime verso Cristo e vi si scopre il linguaggio di un santo, che parla di cose sante.

Il suo apostolato.

Intellettuale e contemplativo, fu anche apostolo: provinciale in Germania, vescovo di Ratisbona, predicatore della Crociata, infaticabile nello sradicare i vizi, abile nel risolvere i conflitti, pieno di zelo per l’amministrazione dei sacramenti, amico dei poveri.

Non desta meraviglia che gli antichi abbiano detto che Alberto Magno era “la meraviglia del secolo”, che l’abbiano salutato “Dottore universale” e che i suoi posteri l’abbiano ammirato “come sapiente, come diplomatico, come Principe della Chiesa e soprattutto come Santo”.

Il suo esempio.

Data l’altezza della sua missione, Alberto Magno non è tutto imitabile. Tuttavia ciascuno di noi ha la sua missione, per modesta che sia. Quale esempio di vita perfetta ci lascia questo religioso, umile di cuore e grande di spirito, che ha compreso che cosa il Signore gli chiede e lo realizza con tutta la sua fede, la sua confidenza e il suo zelo! C’è in lui una magnanimità spirituale che, con l’aiuto di Dio, tende alle grandi cose che Dio gli chiede (P. Garrigou-Lagrange, ibid.).

VITA. –  Alberto Magno nacque verso il 1206 a Lauingen, in Baviera. Dopo una accurata educazione nell’infanzia, andò a studiare Diritto a Padova, vi incontrò il beato Giordano, Maestro Generale dei Frati Predicatori e le esortazioni sue lo indussero ad entrare nella famiglia domenicana. Si fece tosto notare, per la tenera e filiale devozione alla Vergine Maria e per la fedeltà nell’osservanza monastica. Inviato a Colonia, per completarvi gli studi, si applicò talmente che parve aver penetrate le scienze meglio di tutti i contemporanei.

Giudicato capace di insegnare, fu nominato lettore a Hildesheim, Friburgo, Ratisbona, Strasburgo e finalmente a Parigi, dove mostrò l’accordo che esiste tra la fede e la ragione, tra scienze pagane e scienze sacre… Il più illustre dei suoi discepoli fu san Tommaso d’Aquino, che gli succedette poi alla Sorbona.

Tornato a Colonia, per dirigere gli studi generali dell’Ordine, fu nominato Provinciale di Germania e poi vescovo di Ratisbona. Si prodigò per il suo gregge, conservando la semplicità di vita del religioso, ma dopo due anni di governo episcopale, si dimise nel 1263. Si diede allora alla predicazione, intervenne a pacificare principi e vescovi, assistette al Concilio di Lione e morì nel 1280. Con decreto del 16 dicembre 1931, Papa Pio XI l’iscrisse nel numero dei Santi e lo proclamò Dottore della Chiesa universale.

Amore della sapienza.

Sii nostro intercessore, o sant’Alberto, tu che, cercando sapienza e virtù fin dagli anni della giovinezza, e portando il giogo del Signore gioiosamente, assoggettasti interamente il tuo pensiero a Cristo. Cristo ha voluto nei nostri giorni completare la tua gloria, mostrandoti a noi come “fiaccola luminosa, che rischiara il corpo della Chiesa tutta”, perché lavorasti non per te solo, ma per tutti quelli che cercano la sapienza. Da a noi l’amore della sapienza, che possedesti in modo così perfetto. In un’epoca in cui la scienza osa drizzarsi contro la fede, abbandona il Maestro di ogni scienza e cade nel materialismo, mostraci che tra scienza e fede, tra verità e bene, tra dogma e santità non esistono opposizioni, ma esiste invece intima coesione; che la ricerca della perfezione cristiana non stritola il genio personale, il vigore della volontà, l’attività politica, ma che invece la grazia perfeziona la natura e le conferisce la sua ammirabile nobiltà.

La pace.

“In un’epoca in cui tutti i popoli desiderano la pace, ma non si accordano sui modi di ottenerla, dimenticando perfino i fondamenti di una pace vera, che sono la giustizia e la carità, volgiamo con fiducia gli occhi verso di te. Tutto il tuo essere rifletteva l’immagine di Cristo, Principe della pace; possedevi in alto grado il dono di conciliare, in virtù dell’autorità acquistata per la tua fama di dottrina e di santità; hai molte volte collaborato con successo a ristabilire la pace tra gli, Stati, i principi e gli individui. Ristabilisci, e consolida la pace tra noi e in noi, dandoci l’amore della giustizia, la sottomissione alla legge divina e la ricerca dell’unico necessario di Dio, verso il quale tutti tendiamo e che solo può unirci davvero in modo solido e duraturo in questa vita e nell’altra” (Pio XI, loc. cit.).

Devozione alla Madonna.

Comunicaci infine l’ardente devozione verso il mistero dell’Incarnazione e l’amore tenero per la Beata Vergine che tu avevi e permettici di usare le tue parole per dire con te: – Sii benedetta, umanità del mio Salvatore, che nel seno di una Madre vergine ti sei unita alla divinità! Sii benedetta sublime ed eterna divinità, che hai voluto discendere sino a noi sotto il velo della nostra carne. Sii benedetta per sempre tu che sei stata unita ad una carne verginale per virtù dello Spirito Santo! Saluto te pure, o Maria, perché in te la divinità, nella sua pienezza, ha posta la sua dimora; ti saluto, perché in te abita la pienezza dello Spirito Santo! Sia benedetta la purissima umanità del Figlio che, consacrata dal Padre, è uscita da Te. Ti saluto, o Verginità senza macchia, ora elevata oltre tutti i cori degli Angeli! Rallegrati, Regina del mondo, per essere stata giudicata degna di diventare tempio della purissima umanità di Cristo! Rallegrati e gioisci, Vergine delle vergini, perché la purissima tua carne servì all’unione della divinità con la santa umanità di Cristo. Rallegrati, Regina del cielo, perché il castissimo tuo seno procurò una degna dimora a questa santa umanità! Rallegrati e giubila, Sposa dei santi Patriarchi, che sei stata giudicata degna di nutrire e allattare col casto tuo seno questa santa umanità! Ti saluto, verginità feconda, benedetta in eterno, che ci hai resi degni di ottenere il frutto della vita e le gioie della salvezza eterna!”.

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